Antibiotici, vaccini e pandemia

di Noi non abbiamo patria

Le crescenti preoccupazioni delle soggettività della necessità del modo di produzione capitalistico

Che cosa ne è del progresso della medicina? In fondo a questa introduzione c’è un articolo apparso sul The Economist del 21 Gennaio 2022 dal contenuto davvero allarmante (e con accenti anche sciovinisti nei confronti dei paesi dell’Asia). Il cosiddetto progresso capitalistico, il cui sviluppo della accumulazione comportava progresso tecnico e miglioramento delle condizioni di vita, seppur in maniera diseguale e combinata, ora tornano indietro come un boomerang con tutte le contraddizioni nefaste rafforzate di questo modo di produzione. La resilienza della vita alle malattie ed ai patogeni batterici o virali è in regresso. Quanto predisposto da decenni di progresso medico scientifico non sta producendo più i risultati auspicati ed anzi appare essere esso stesso fattore di concausa ed origine di una nuova emergenza sanitaria.

Le organizzazioni sanitarie del Pakistan, India e Bangladesh si trovano a fronteggiare infezioni batteriche che risultano resistenti ai farmaci antibiotici ed antimicrobici con esiti fatali. Ma sono questi stessi antibiotici ed antimicrobici usati in agricoltura o negli allevamenti intensivi ad aver prodotto dei super batteri veicolati da super microrganismi davvero resilienti ai farmaci che hanno curato malattie fatali per l’uomo negli anni ’50, ’60 e ’70 e che ora non stanno salvando più le vite come in precedenza. Le infezioni batteriche già conosciute da decenni di esperienza medica appaiono decisamente più resistenti agli antibiotici determinando un impegno sanitario quintuplicato per le cure ospedaliere e farmacologiche, e un gran numero di morti imprevisto.

L’articolo spiega la dimensione di questa nuova emergenza sanitaria, che attualmente sta provocando soprattutto nell’Asia centrale e nel Sud Est asiatico più di un milione e trecentomila morti all’anno, con la previsione che questa cifra potrebbe raggiungere la soglia di 13 milioni di morti all’anno sulla scala globale nei prossimi anni.

Il tempo del coronavirus coincide con il precipitare di una minor resilienza fisiologica generale del sistema immunitario dell’uomo capitalistico a tutte patologie. E’ un dato di fatto, infatti, che seppur si volesse dubitare dell’esistenza di una pandemia da covid19 (con tassi di mortalità ancora indefiniti ed attualmente indefinibili), di sicuro la tragedia pandemica in corso lo è per tutte le cause, i cui tassi di mortalità sono davvero elevati e in aumento. Non solo una nuova malattia virale, ma anche le conosciute infezioni batteriche che aggrediscono l’apparato respiratorio, gastro intestinale e renale che una volta erano curabili attraverso la terapia antibiotica, sono diventate più gravi a causa di un super batterio che resiste strenuamente alla terapia farmacologica antibatterica.

In questo scenario di recrudescenza delle patologie incluse quelle che si riteneva fossero ormai risolvibili con un protocollo medico di routine, la maniera in cui il modo di produzione capitalistico affronta quella che viene denominata pandemia da covid19 non può che essere quella che è nelle sue forme e fallimentare nel suo risultato. Per questo motivo affidare la salute sotto la protezione dell’accumulazione di valore non dà alcuna via di uscita, difendere il vaccino o contrastarlo non è altro che la rappresentazione della difficoltà storica del proletariato di concepire se stesso e la difesa della sua condizione generale se non come parte del capitale, concepimento che solo il percorso catastrofico del modo di produzione capitalistico può demolire.

La pandemia da coronavirus è solo uno dei fenomeni della minor resilienza fisiologica dell’uomo capitalistico agli elementi patogeni, mentre quelli economici, dei rapporti sociali e della organizzazione delle società sono di gran lunga i principali precipitatori e precipitati di questa emergenza. La vita biologica e quella dell’uomo storico sociale si è adattata ai mutamenti ambientali con una certa armonia dialettica nei confronti dell’uso delle risorse della natura nel corso di migliaia di anni. Le attività dell’uomo produttivo hanno rappresentato nel corso storico uno degli elementi sempre più decisivi nei mutamenti dell’ecosistema naturale. Nel corso dei secoli il rapporto produttivo su come l’uomo mette a sfruttamento le risorse della terra, nell’agricoltura e nell’allevamento ha comportato graduali modificazioni del mondo macro e micro biologico sostenibile, e con esso il sistema biologico immunitario ha avuto il tempo di adattarsi ai cambiamenti provocati. Ma il ritorno a quel mondo macro biologico non è più possibile, la natura per come era all’inizio della preistoria dell’uomo produttivo non esiste più ovunque. Negli ultimi tre secoli in particolar modo l’uomo capitalistico ha impresso una accelerazione di questi mutamenti attraverso l’innalzamento impressionante della produttività ai fini della necessità di una accumulazione crescente del valore sociale capitalistico complessivo. La velocità dell’impatto e del mutamento sull’ecosistema costituito dal rapporto produttivo con la natura ha reso difficoltoso il processo naturale adattivo della vita al nuovo panorama ambientale scosso dal capitalismo, l’adattamento naturale del sistema immunitario non riesce a stare dietro alla velocità con cui si esplica la produttività capitalistica se non attraverso il soccorso di una fisiologia dopata.

La scienza medica si è prefissa quindi lo scopo di assicurare prima di tutto alle classi dominanti una più specializzata prevenzione e cura all’interno dei nuovi rapporti economici e sociali, ma ad un certo punto ha dovuto estendere le misure di sanità e di cura alle classi lavoratrici alleviandole da condizioni igienico sanitarie deficitarie per rinnovare ed irrobustire la capacità vitale della merce forza lavoro da cui il capitalismo estrae il proprio valore. Di fatto la scienza medica si è trovata nella necessità di dover colmare attraverso la moderna farmacologia e la biomedicina quel gap di velocità tra lo sviluppo della accumulazione ed il processo di adattamento fisiologico all’ecosistema mutato. Così come gli OGM sembrarono essere la chiave di volta per aumentare la produttività in agricoltura e dunque combattere la fame in India, in Messico, nell’estremo Oriente e nel mondo, lo sviluppo e la produzione della merce antibiotico ed antibatterico hanno rappresentato il fiore all’occhiello del progresso capitalistico sbandierato ai popoli per quanto riguarda il benessere rafforzato della vita umana rendendo certe patologie sempre meno fatali. Lo sviluppo capitalistico può curare tutto e trovare la cura per ogni patologia: questa la declamazione trionfante della ideologia dominante sotto le sue variegate sfumature laiche o religiose.

Ma ogni progresso in questa o quella attività produttiva dell’uomo capitalistico dal punto di vista del benessere sociale e generale appare sempre più una falsificazione ideologica se osservata nel lungo periodo dei rapporti capitalistici ed alla scala globale. Le ricadute per determinata disfunzione vitale iniziano a riguardare duramente anche il mondo altamente industrializzato e sviluppato. L’incapacità attuale del farmaco antibatterico di contrastare i nuovi batteri potenziati è il risultato della produzione stessa di quella merce usata intensivamente in agricoltura, nell’allevamento e nel dopaggio del corpo umano lungo una lunga fase di decenni del processo dell’accumulazione. La sostanza antibiotica ed antimicrobica stessa è divenuta alla fine di questo ciclo l’origine di un nuovo problema.

Non è un caso infatti che stiamo assistendo nel mondo un notevole ed improvviso aumento della mortalità per tutte le cause rispetto alla media degli anni precedenti. A seconda della nuova geografia capitalistica l’aumento della mortalità è di tre cifre percentuali in certe aree capitalistiche. In Europa si stima che l’aumento medio della mortalità tra il 2020 ed il 2021 sia stato dell’80% e nella UE l’aumento è stato del 30%. Ma in alcuni specifici distretti della catena del valore, per esempio nella provincia di Bergamo, la mortalità ha avuto un eccesso di morti per tutte le cause del 570% nel periodo tra il febbraio ed aprile del 2020 paragonato alla media dello stesso periodo dell’anno per gli anni che vanno dal 2015 al 2019. Nel continente Nord Americano (Canada e Stati Uniti) l’aumento del tasso della mortalità è intorno al 40%, ma a New York tra il marzo e maggio 2020 l’aumento dei decessi per tutte le cause è stata dell’800%. La stessa Asia, la cui organizzazione razionale centralizzata, via Stato socialista o via Stato liberal democratico, avrebbe tenuto a bada il covid19 (il cui virus possiede la capacità di essere pandemico è proprio per il fatto che esso in sé sia di gran lunga meno letale della sars o dell’ebola), eppure alcuni dati approssimativi (che non comprendono la Cina) registrerebbero una aumento della mortalità per tutte le cause a tre cifre percentuali. Singapore, dichiarato dall’OMS il paese più virtuoso al mondo nel contrastare il covid19 attraverso lockdown preventivi ed organizzati e che ha registrato una mortalità da covid19 pari allo 0,2% e che ha già realizzato la terza dose vaccinale su più del 40% della popolazione, l’aumento della mortalità per tutte le cause è stata superiore del 20% (su una popolazione che è poco più superiore di 5,5 milioni). E Singapore non è un piccolo stato arretrato, esso costituisce uno dei primi cinque centri finanziari più importanti del mondo. Impossibile determinare dove finisce il covid19 e dove inizia la mattanza per il collasso dell’intero sistema che il coronavirus ha solamente aggravato.

A fronte dei dati analizzati, la stessa statistica rozzamente computa una oscillazione tra i 12,2 ed i 22,9 milioni di morti in più rispetto alle medie degli anni precedenti al 2020 (la tendenza è calcolata considerando anche il 2021 che ha visto l’aumento delle morti anche in confronto al solo 2020 in moltissimi paesi). Bisogna essere consapevoli che la statistica in questa società non può fornire un dato obiettivo, che essa solitamente descrive i fenomeni estendendo le medie anche per i paesi e/o località i cui dati sono non pervenuti o non disponibili, giudicando che se una circostanza che è avvenuta nel luogo X, probabilmente l’incidenza del fenomeno sarà più o meno uguale nel luogo Y distante a 100 Km o 500Km o che abbia caratteristiche simili. L’impossibilità ad avere una organizzazione sociale che consenta una osservazione puntuale dei fenomeni sociali (perché questa società non la può realizzare fintanto che è determinata dalla necessità economica e non da un piano razionale) il risultato analitico non può che fornire una vista statistica mediante scorciatoia. Questo è lo stesso metodo storico che ha condotto al computo dopo oltre 70 anni e più per la conta dei morti della precedente epidemia mondiale del 1918-1920[1]. Di fatto il movimento dell’accumulazione è diseguale e combinato e una certa cautela andrebbe mantenuta sempre quando si analizza un certo fenomeno sociale (perché una epidemia è prima di tutto un prodotto dell’organizzazione sociale) nel breve periodo, quando si tirano le somme secondo media ponderata, deviazione standard, deviazione ponderata e deviazione per classi di frequenza ed altri algoritmi statistici. In ogni caso è evidente che, ora come cento anni fa, siamo di fronte del venire a galla sul piano della natura e sul piano della fisiologia degli organismi viventi di tutto il precipitato di almeno tre secoli di progresso capitalistico.

Ecco perché gli Stati, rappresentanti dell’insieme variegato e concorrente delle forze capitalistiche, non possono che attuare irrazionali e contraddittorie politiche sanitarie di contrasto, che a loro volta determinano il peggioramento delle condizioni di vita e di salute proletaria. Ecco perché la scienza tout court contraddice se stessa in continuazione da due anni a questa parte. Ecco perché assistiamo al balletto delle cifre, delle conseguenze, delle statistiche e non ultimo alla affermazione il 12 gennaio 2022 da parte dell’OMS che servirebbero vaccini che davvero immunizzassero dal covid19 e non solo temporaneamente, mentre la malattia stessa provocata dal virus sars-cov-2 di fatto non è per nulla studiata come sarebbe necessario (per esempio, in Italia su 130 mila e più decessi meno di 8000 cartelle cliniche sono state analizzate, mentre sono state circa zero le autopsie eseguite sui deceduti per il virus e per gli improvvisi malori dopo la vaccinazione).

Ecco perché la terapia inizia a risultare inefficace verso la diffusione epidemica, la terapia sociale addirittura peggiore del male patogeno stesso. Ecco perché la vaccinazione di intere generazioni di fanciulli in questo scenario di crisi generale del modo di produzione capitalistico potrebbe rappresentare una catastrofe sulla fisiologia generale compromessa per le generazioni a venire, la cui accettazione del rischio per curare l’immediato fregandosene del future generazioni rappresenta il massimo grado dell’individualismo del capitalismo nella sua fase imperialista.

Perché la crisi generale del modo di produzione capitalistico in cui l’umanità si trova invischiata non può più garantirne la resilienza delle condizioni di vita al capitalismo stesso che sta compromettendo anche l’abitabilità alla vita di questo pianeta. Il movimento storico che avrebbe dovuto divenire antagonista al capitalismo secondo le previsioni dell’800 e ‘900, di fatto ha esercitato il conflitto come arma di difesa e come parte del capitale stesso. Nel tempo del coronavirus, nonostante un iniziale urlo di massa, assistiamo, in Europa e nei paesi più altamente industrializzati e ad alto volume finanziario, la gran parte del proletariato e dei lavoratori assegna una delle sue ultime “rigidità operaie” rimaste, che è la protezione della salute, alla ripartenza dell’accumulazione previo scudo vaccinale e disciplina sanitaria. Se questo accade, non è a causa di una capacità di piano e di un subdolo e convincente meme architettato soggettivamente da certe forze del capitale. Mentre il capitale impazzisce nel fare i conti con il suo rapporto determinato, due secoli hanno sedimentato nelle generazioni umane che il progresso capitalistico abbia comunque garantito salute e benessere diffuso, ne sia in ogni caso la miglior precondizione per l’umanità. L’umanità sfruttata ed il proletariato non può che reagire subendo la strategia secondo le necessità del capitale passivamente, oppure alcuni strati di esso si dirigono verso una fuga e verso il ritorno in un modo formale dei rapporti di produzione capitalistici ex ante facto negando la crisi stessa.

Stiamo assistendo alla distruzione, colpo dopo colpo, delle condizioni complessive della riproduzione della vita proletaria come lavoratore espropriato ma anche della vita stessa in sé. Questo percorso catastrofico della crisi che è dolorosissimo per i corpi proletari e di quelli razzializzati non è indolore per il capitale stesso.

Negli Stati Uniti d’America nelle settimane precedenti l’assassinio di George Floyd un numero crescente di essential worker nelle catene della logistica globale, nella GIG economy e negli impianti di macellazione lottarono spaiati ed isolati per la protezione della propria salute e delle proprie comunità denunciando uno Stato che li lasciava in balia del libero mercato senza attuare alcun protocollo di emergenza. Dietro l’apparente rinnovata delega verso le istituzioni temporaneamente latitanti, immediatamente dopo abbiamo assistito ad un netto capovolgimento di questa delega conflittuale nei confronti dello stato per la difesa della salute. La distruzione del terzo distretto della polizia di Minneapolis, il preludio della rinnovata rivoluzione negra negli Stati Uniti d’America contro il razzismo sistemico del capitalismo, del mercato e della proprietà privata e la violenza dello Stato e la mobilitazione spontanea di massa del proletariato nero e multirazziale per necessità ha dovuto sovvertire irresponsabilmente” tutte le misure di contenimento e di contrasto alla diffusione del virus imposte dai singoli stati dell’unione nord americana, perché ostativi al dispiegamento della lotta.

Da fine Novembre 2021 fino a questi primi giorni del 2022, come parte dell’insorgenza nera e proletaria multirazziale, si affianca la ribellione degli ex schiavi del Guadalupe contro la nuova aggressione neo coloniale della Francia di Macron che estende alla ex colonia l’imposizione del green pass vaccinale. Giustamente i neri delle Antille la percepiscono come tale e scuotono la piccola isola con scioperi generalizzati ad oltranza, blocchi delle produzioni, dei trasporti e di gran parte delle attività della riproduzione delle relazioni capitalistiche. E quante altre ribellioni ancora di contadini poveri, lavoratori della terra, di proletari, di operai senza riserve e di donne oppresse da un rinnovato patriarcato capitalista si sono propagate al mondo intero in quest’ultimo biennio con la stessa velocità di mutazione del coronavirus, dove l’uso mercificato delle risorse della terra sta mordendo le condizioni essenziali della sussistenza come la recente rivolta Kazaka ha dimostrato?

Di fronte al piano terapeutico cronico del capitalismo che fallisce nel suo scopo di protezione della fisiologia dell’uomo, non è possibile un ritorno ad una vita naturale, ad una coltivazione sana e ad una cura basata sulle erbe mediche del bosco (seppure nuovi atteggiamenti radicali nell’alimentazione e nell’auto cura emergono da tempo con risultati peggiorativi per la salute immediata degli individui). Anche le mezze misure auspicate per una medicina più preventiva e meno farmacologica centrica non risulta applicabile alla scala di massa nell’ambito delle relazioni capitalistiche. Perché qui la contraddizione che si sta appena aprendo nell’epoca del coronavirus è il dipanarsi dell’incompatibilità crescente e verticale della riproduzione delle condizioni della vita con il modo di produzione capitalistico come risultato determinato da un lungo ciclo storico di progresso incontrastato. L’emergenza di questa crisi apre profonde fratture nella solida ed unitaria crosta della produzione del valore, che, da sconfitti nel ‘900, abbiamo ritenuto impermeabile ed elastica a qualsiasi crisi. Questa nuova realtà implicherebbe che sarebbe necessario evitare qualsiasi forma di settarismo o di indifferenza circa quanto contraddittoriamente si esprime sotto la forma di conflitto e come obiezione di coscienza al disciplinamento sanitario imposto dai governi. Non ha infatti alcun senso indicare ai proletari che osteggiano le misure di emergenza sanitaria, che l’uomo e l’operaio per campare non può fare altro che soddisfare i propri bisogni attraverso lo scambio mercantile della propria forza lavoro con la merce capitalistica. Evidenziare la reale superiorità della merce capitalistica rispetto alle società pre-capitalistiche non ha alcun senso quando, alla prova dei fatti, si incomincia a manifestare l’evidenza pratica che la merce non sfamerà mai l’umanità. Non si può restare indifferenti e settari, aspettando un piano della lotta ideale che non c’è, a Guadalupe o nelle nuove banlieue della metropoli imperialista, sia quando la azione pratica conseguente alla sofferenza proletaria rischia di scivolare nel solco di una anti storico per un impossibile ritorno ad un passato capitalista più liberale, oppure sotto il giogo dell’anarchico piano terapeutico di conservazione reazionaria dello stato di cose presente che corre verso la catastrofe.

La tendenza dell’aumento improvviso dell’eccesso delle morti per tutte le cause è il segnale fisiologico della storica caduta tendenziale del saggio di profitto. Come nelle epoche passate questa tendenza della mortalità marca la crisi generale di un sistema. Attraverso le faglie di questa crisi si sprigiona un inedito conflitto a cominciare dalla radicalità dei neri, dei razzializzati, che non è una generica rivoluzione negra, è un condensato di ribellione proletaria meticcia multirazziale che sta anche frantumando il privilegio e la bianchezza dei proletari in pelle chiara, scuote la metropoli e morde alle caviglie le masse lavoratrici. Il movimento storico del modo di produzione capitalistico ci sta venendo in soccorso e non sotto la forma di una cura medica.

LEGGI: Le infezioni resistenti ai farmaci uccidono quasi 1,3 milioni di persone all’anno.

Pubblicato il 22/01/2022 su:

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